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NAPOLEONE E L’ITALIA

Nel 1796 il fronte italiano rivestiva un importanza secondaria nella strategia del Direttorio. Napoleone non ancora ventisettenne, disponeva di 38.000 soldati mal equipaggiati. Nell’aprile iniziò l’attacco all’esercito austro-piemontese, superiore di forze ma indebolito da gelosie e diffidenze reciproche. In due settimane le truppe della repubblica sbaragliò l’esercito piemontese a Montenotte, Millesimo, Dego e Mondovì, costringendo Amedeo III a firmare l’armistizio di Cherasco. Sorpresi gli austriaci e conquistato il ponte di Lodi, entrò a Milano da conquistatore. I ducati di Modena e Parma vennero a patti e Mantova cadde poco dopo. La pace di Tolentino imposta al Papa lo obbligava ad abbandonare i territori della Romagna. Venezia fu costretta a capitolare il 12 maggio 1797 e Napoleone forte di queste vittorie fu in grado di imporre la sua politica estera al direttorio, contribuendo a creare la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Ligure. Il trattato di Campoformio (17 ottobre 1797), ratificava questo nuovo assetto e decretava la cessione di Venezia all’Austria.

La seconda coalizione antifrancese del 1799 riporta Napoleone, nominato primo console, in Italia. Sbaragliati gli austriaci a Marengo nel 1800, ristabilite le clausole di Campoformio nel 1802 diventa presidente della Repubblica Italiana e nello stesso anno console a vita.

Il granduca abbandona Firenze, Livorno viene occupata dai francesi il 26 marzo del 1799, Portoferraio viene presa facilmente con la connivenza del Governatore, tra l’entusiasmo dei simpatizzanti giacobini.

Gli uomini del presidio rimasti fedeli al vengono fatti imbarcare a forza per il continente, mentre il governatore e la frangia giacobina sfoggiano coccarde e fasce tricolori e si comincia a parlare di municipalità. Si organizza una compagnia civica di patrioti a carattere coscrittivo, il primo di Aprile si innalza l’albero della Libertà in Piazza d’Arme (odierna Piazza della Repubblica).

Al governo provvisorio della Repubblica succede un delegato ufficiale nominato dal commissario in Toscana Reinhard, si tratta di Luigi Lambardi, già console della Francia a Portoferraio, incaricato di organizzare la municipalità conformemente alle leggi francesi.

L’amministrazione e i giacobini erano isolati e la Guardia Nazionale stentava a comporsi per lo scarso entusiasmo dei cittadini esasperati dal cattivo comportamento delle truppe francesi che costrinse la municipalità ad emettere un decreto che permetteva al tribunale ordinario di giudicare e punire i militari.

Con la minaccia di considerare ribelli i recalcitranti finalmente si arrivò infine alla formazione di quattro compagnie il cui stipendio dipendeva dalle casse comunali.

Il blocco navale inglese che ostacolava i rifornimenti mise in difficoltà sia il presidio che la popolazione e le campagne vennero devastate ad opera dei soldati napoletani e dalle bande composte da rivoltosi e galeotti. Il tentativo dei francesi di occupare tutta l’Isola si rivelò disastroso, Monserrat che comandava il presidio di Portoferraio fu costretto alla resa che fu firmata nella chiesa di San Rocco nel luglio del 1799. Seguì la reintegrazione dell’amministrazione granducale e le prevedibili rappresaglie su chi aveva accolto o subito i francesi, colpirono tutti gli isolani.

Con effetto della pace di Luneville nel 1801 le frontiere venivano nuovamente rimesse in discussione, la creazione del Regno d’Etruria aveva permesso ai francesi di tornare in Toscana agli ordini del generale Miollis, che aveva occupato Livorno già l’anno prima. Il valore strategico di un punto d’appoggio sull’Elba per la flotta francese e il costante pericolo che fosse occupata dagli inglesi non poteva farli recedere dall’assalire l’isola dove i comandanti dei presidi elbani si erano accordati per resistere ad un nuovo tentativo di occupazione. Mentre Longone cedeva agli ordini del Re di Napoli, il comandante di Portoferraio Fixon con una testardaggine degna di miglior causa si rifiutò di consegnare la Piazza in mancanza di ordini precisi del granduca che era fuggito a Vienna, ordinando al povero governatore di non cedere la fortezza anche “quando la Toscana fosse in mano al nemico, affinchè la bandiera dei Lorena, restando fino agli estremi inalberata in faccia all’Europa, per la continuazione del dominio del legittimo sovrano”.

Truppe francesi, circa 8000 uomini provenienti dalla Corsica sbarcarono a Longone, che occuparono pacificamente per poi dirigersi verso Portoferraio, un parlamentare inviato dal comandante francese portò la richiesta di resa che fu respinta. Iniziò così il cannoneggiamento della squadra navale francese e la batteria istallata alle Grotte e l’artiglieria del presidio, ma fu inutile come l’attacco da parte di terra e l’intervento di altri parlamentari francesi, una momentanea tregua era stata proposta per mandare un parlamentare a Vienna per conoscere gli ordini del granduca. Varie sortite fortunate causarono molti danni alle batterie francesi che scarseggiavano sia di viveri che di munizioni ed erano decimati dalle febbri malariche, fiducioso nella protezione degli inglesi, che avevano inviato nuovi rinforzi, il Fixon sostenuto da tutti i cittadini resisteva ad oltranza, tra la costernazione del Primo Console e del comandante in capo Murat. La pace di Amiens siglata tra Francia e Inghilterra avvenuta al settimo mese di assedio, non piegò il vecchio testardo Fixon che cedette sei mesi dopo dietro presentazione di un ordine autografo di Ferdinando III che lo autorizzava a cedere la Piazza.

Riunita al territorio della Repubblica francese, l’isola entrerà a far parte del Dipartimento del Mediterraneo. Il 3 settembre 1802 una delegazione elbana si recò a Parigi col compito di ottenere la regola dei diritti doganali soprattutto quelli riguardanti il vino. Fu debitamente ringraziato il Primo Console per ”il singolare benefizio che egli aveva reso al loro paese, ritenendolo un territorio della Francia”. Napoleone naturalmente pur accogliendo benignamente la delegazione elbana non nascose “il suo malcontento verso i Portoferraiesi, i quali anziché prendere parte ostile contro la Potente e Vittoriosa Nazione Francese, dovevano piuttosto mantenersi in quella neutralità che loro conveniva”. Si arrivò al compromesso per cui le leggi francesi quando era possibile furono modificate secondo le usanze locali e i porti furono esentati dal diritto di dogana.

Fu nominato un Commissario Generale per l’Elba e le isole dipendenti, si crearono 6 comuni: Portoferraio, Capoliveri, Rio, Marciana, San Piero e Longone, che poterono mandare un loro rappresentante al Corpo Legislativo di Parigi. La prima seduta generale avvenne il 17 aprile 1803 nella Chiesa del Carmine e sotto l’occhio vigile del governatore Rusca si svolsero regolarmente le operazioni di voto per la proclamazione di Napoleone imperatore dei Francesi. La scuola primaria era a carico della municipalità, mentre l’insegnamento secondario poteva essere tenuto previa autorizzazione governativa anche da privati, ogni anno dieci giovani scelti fra i più meritevoli oppure figli di funzionari pubblici, venivano inviati a studiare nei licei francesi. I religiosi, che potevano continuare ad insegnare sottoponendo i programmi a rigidi controlli, dipendevano dalla diocesi d’Ajaccio.

Il generale Rusca si guadagnò la stima degli elbani così come il prefetto corso Galeazzini a cui si deve la costruzione di ponti e strade. Le comunicazioni col continente furono incrementate e i servizi postali resi più efficienti, si era pensato anche di realizzare un grande sistema di estrazione e lavorazione del ferro articolato in centri situati sulle sponde del Mediterraneo, dall’Italia alla Francia.

Tra i militari francesi va ricordato il generale Léopold Hugo, padre di Victor che soggiornò a Portoferraio da bambino abitando in via del Buongusto, oggi via Garibaldi.

A Portoferraio la dominazione francese significò anche la ripresa dei lavori alle fortificazioni secondo criteri più moderni che prevedevano una cintura difensiva costituita dal forte Saint Cloud, del forte Saint Hilaire (forte inglese) del piccolo forte su Monte Albero.

Dopo essere diventato nel maggio del 1804 imperatore dei francesi, nel 1805 Napoleone si proclama re d’Italia.

Nel 1806 l’esercito francese occupa il Regno di Napoli, entrato nella terza coalizione antifrancese, la corona verrà assegnata a Giuseppe Bonaparte, quando sarà nominato re di Spagna nel 1808 a lui succederà il cognato Gioacchino Murat. L’anno successivo Napoleone annette le Marche al Regno d’Italia, occupa militarmente lo Stato Pontificio, esiliando Pio VII a Savona. La Toscana sarà assegnata come Regno d’Etruria alla sorella Elisa Baciocchi.

Le vicende disastrose della guerra di Spagna e della ritirata di Russia, costringono l’Imperatore all’abdicazione di Fontainebleau e all’esilio all’Elba.

NAPOLEONE ALL’ELBA

Il 4 marzo la Prussia dichiara guerra alla Francia: si forma la settima coalizione con Inghilterra, Russia a cui più tardi si unirà l’Austria, dopo la sconfitta di Lipsia Napoleone si ritira e il 31 di marzo le forze coalizzate entrano a Parigi. In forza del trattato di Fontainbleau dell’11 aprile Napoleone è costretto ad abdicare e gli viene attribuito il possesso dell’isola d’Elba con un appannaggio di due milioni di franchi.

Il governatore dell’isola è il generale Dalesme, la guarnigione è composta da meno di 500 effettivi, la miniera di Rio è ferma da mesi per l’impossibilità di trasportare il minerale fuori dal paese, il ritorno dei pochi reduci elbani dalle guerre napoleoniche e lo sbandamento tra i militari delle guarnigioni causato dal clima di incertezza creatosi dopo la sconfitta e l’abdicazione di Napoleone, fomentano sentimenti di ostilità contro i francesi. A Marciana era stata bruciata pubblicamente l’effigie di Napoleone e Dalesme armando gli elbani e i 400 francesi del 35me Léger restati fedeli, era riuscito a sedare i tumulti e a inviare i rivoltosi sul continente.

Nell’aprile arriva il un dispaccio:

Il Ministro della guerra Dupont al Signor Generale Dalesme comandante dell’Isola d’Elba.

Vi prevengo signore che gli avvenimenti sopraggiunti nel governo francese sono stati la conseguenza dell’abdicazione di Napoleone Bonaparte per l’avanti Imperatore dei Francesi, al quale voi consegnerete la piazza di Portoferraio al momento del suo disbarco in quest’isola.

Dupont

Dalesme preoccupato per la reazione degli elbani, arrivò a intimare la consegna di tutte le armi e anche Napoleone arrivato in rada sulla fregata “Undaunted” il 3 maggio non è sicuro dell’accoglienza che lo attende, il giorno dopo arriva la nuova bandiera con le api ideata dall’Imperatore e viene pubblicato un bando:

                                                                   ABITANTI

DELL’ISOLA DELL’ELBA

Le vicende umane hanno condotto l’Imperator Napoleone in mezzo a voi, e la di lui propria scelta ve lo da per Sovrano.

Avanti d’entrare nelle vostre mura, il vostro Augusto e nuovo Monarca mi ha indirizzato le seguenti parole: mi affretto a farvele conoscere perché esse sono il pegno della vostra felicità futura.

“Generale, io ho sacrificato i miei diritti agl’interessi della Patria, e mi sono riservata la Sovranità, e proprietà dell’Isola dell’Elba, e ciò hanno consentito tutte le Potenze. Compiacetevi di far conoscere il nuovo stato di cose agli Abitanti, e la scelta che ho fatta della loro Isola per mio soggiorno in considerazione della dolcezza dei loro costumi, e del loro clima. Diteli che essi saranno l’oggetto del mio più vivo interesse”.

Elbani! Queste parole non hanno bisogno di essere commentate, esse formeranno il vostro destino. L’Imperatore vi ha ben giudicati. Io vi devo questa giustizia, e ve la rendo.

Abitanti dell’Isola dell’Elba, io mi allontanerò presto da voi. Questo allontanamento mi sarà penoso perché vi amo sinceramente mas l’idea della vostra felicità addolcisce l’amarezza della mia partenza, ed in qualunque luogo io possa essere mi avvicinerò ancora a quest’Isola per mezzo della memoria delle virtù dei suoi Abitanti, e per mezzo dei voti che io formerò in loro favore.

Portoferraio 4 Maggio 1814.

Il Generale di Brigata

                                                                                                             DALESME

Lo stato maggiore è composto da Bertrand, ministro dell’Interno e degli affari civili, da Drouot governatore dell’isola, Cambronne è il comandante della Guardia ma ogni decisione è presa dall’Imperatore in persona.

L’esercito, troppo numeroso per le finanze imperiali piuttosto esigue dato che a Napoleone non verrà mai pagata la pensione stabilita, è giustificato solo dalla paura di un rapimento per mano dei nemici dell’Imperatore che sono molti. Ai granatieri della Guardia e ai lancieri polacchi viene aggiunto un battaglione franco reclutato sul posto e un battaglione corso, sono delle truppe raccolte in fretta e con fatica, più di mille uomini indisciplinati ma ben armati che costeranno un milione di franchi. Ad essi si aggiungeranno gli ufficiali isolati che per nostalgia vengono a sollecitare un impiego, come il generale Boinod, completamente sordo che verrà nominato ispettore generale delle riviste.

Gli elbani lo accolgono con entusiasmo, lo sbarco avviene sul molo di fronte alla Porta a mare, gli vengono consegnate le chiavi della città dal maire Traditi, che insieme alle autorità lo accompagna alla Pieve, dove fu celebrato il Te Deum dal Vicario generale dell’isola, monsignor Arrighi.

Dopo aver alloggiato per qualche giorno negli scomodi locali della Biscotteria, sede dell’amministrazione, Napoleone decise per il suo alloggio, di ristrutturare alcuni edifici amministrativi e di vario uso, situati tra il forte Stella e il forte Falcone. Abiterà al pianterreno, nel salone situato al piano superiore e nel piccolo teatro adiacente, si giocherà a carte e una piccola orchestra con due cantanti animerà le serate a cui parteciperà la borghesia locale. Verranno organizzate con molto successo anche alcune feste pubbliche, come quella che si svolse il 16 agosto, che comprendeva una corsa di cavalli, un ballo pubblico e fuochi d’artificio.

Il dottore Foureau de Beauregard lo visita ogni mattina, Napoleone, che ha 44 anni, soffre di attacchi di vomito e di eruzioni cutanee, anche all’Elba conserva l’abitudine di prendere giornalmente un bagno caldo che poteva durare più di un ora.

L’Imperatore si alza molto presto, fa colazione e si mette di nuovo a letto, poi fa una passeggiata a cavallo, al ritorno da udienza ai visitatori che figurano sulla lista preparata da Drouot o Bertrand. Consuma a mezzogiorno un pasto semplice, in cui abbondano le verdure e dopo pranzo si ritira a leggere, nella sua biblioteca figurano trattati di agricoltura e uno studio sullo sfruttamento delle miniere.

Dopo un giro di visite e di ispezioni sull’isola, cena alle sei con Madame Mère e con Pauline che lo raggiungerà a metà novembre, ci sono sempre degli invitati, membri della sua piccola corte, visitatori, talvolta il colonnello Campbell, il commissario inglese incaricato di sorvegliarlo. La serata si conclude generalmente con una partita a carte con la madre e i pochi intimi.

La popolazione è affascinata dal nuovo sovrano e dal suo intenso attivismo, Napoleone si occupa di tutto, dai cani randagi all’igiene pubblica, alla costruzione di nuove strade che permettano il passaggio delle carrozze.

Nelle sue scuderie ci sono 10 cavalli da sella, 48 da traino, 27 vetture diverse, accompagnano l’Imperatore nelle sue sortite 5 uomini armati a cavallo.

Come residenza estiva verrà riadattata una casa nella vallata di San Martino, nelle vicinanze di Portoferraio, a causa del clima troppo caldo Napoleone vi soggiorna solo nei periodi più freschi. Nei pressi venne impiantata una piccola fabbrica di vetro e ceramica che da risultati assai modesti.

Il clima di Madonna del Monte, nei pressi di Marciana si rivelerà più salubre, è qui che riceverà con i primi di settembre discrezione Maria Waleska e suo figlio per pochi giorni, Napoleone spera sempre in una visita di Maria Luisa e non è nella posizione di inimicarsi il suocero Imperatore d’Austria.

Al momento della partenza da Parigi Napoleone disponeva di circa 3 milioni di franchi, in attesa di una pensione che non arriverà mai, l’Imperatore può contare solo sulle magre entrate dell’isola, Il suo progetto di creare degli altiforni all’Elba, si rivelerà impraticabile, in compenso si approprierà del ricavato delle miniere, che era appannaggio della Legion d’Onore. Riscuotere le imposte dovute dai sudditi elbani non è facile, nel caso del comune di Capoliveri ci vorrà l’intervento dei militari.

Al momento della partenza le sue riserve personali sono notevolmente diminuite e lascerà molti debiti e il ritardo o il mancato pagamento delle paghe saranno causa di disordini e diserzioni tra i soldati, alcuni verranno puniti col confino a Pianosa, che Napoleone che Napoleone tenta di colonizzare. Il mantenimento dell’esercito è oneroso ed è giustificato solo dalla paura di un rapimento per mano dei nemici dell’Imperatore. Ai granatieri della Guardia e ai lancieri polacchi viene aggiunto un battaglione franco reclutato sul posto e un battaglione corso, sono delle truppe raccolte in fretta e con fatica, più di mille uomini indisciplinati ma ben armati che costeranno un milione di franchi. Ad essi si aggiungeranno gli ufficiali isolati che per nostalgia vengono a governatore dell’isola, sollecitare un impiego, come il generale Boinod, completamente sordo che verrà nominato ispettore generale delle riviste.

Lo stato maggiore di Napoleone è composto da Bertrand, ministro dell’Interno e degli affari civili, da Drouot governatore dell’isola, Cambronne è il comandante della Guardia, ma ogni decisione è presa dall’Imperatore in persona. I suoi ciambellani scelti saranno il maire Traditi, il dottore Lapi, il nobile Vantini, Gualandi, sindaco di Rio.

Il porto conoscerà un’insolita animazione, l’afflusso di forestieri che desiderano conoscere l’Imperatore è notevole, gran quantità di mercanzie e viveri sono necessarie per il sostentamento della corte e dei militari e a Portoferraio molti potranno trarne profitto.

L’Imperatore si comporta come se dovesse restare all’Elba, ma avvisato che il Congresso adunato a Vienna dal 1° di novembre, si propone di confinarlo altrove, sta meditando la fuga confidando una volta sbarcato in Francia nell’aiuto dell’esercito che in gran parte gli è rimasto fedele.

Con grande cautela a causa delle spie che lo sorvegliano Napoleone comincia a preparare la fuga. Il 16 febbraio 1815 scrive al generale Drouot, “Date ordine che il brick entri in darsena e sia voltato sulla chiglia, lucidato, le sue vie d’acqua ben tappate, che si rifaccia il carenaggio e tutto ciò che è necessario perché possa tenere il mare. Sarà dipinto come un brick inglese. Si farà di tutto ciò un preventivo che mi presenterete domani: Si riarmerà il brick, si fornirà di biscotto, di riso di legumi, di formaggio, metà dell’approvvigionamento in acquavite e l’altra metà in vino, e acqua per 120 uomini per tre settimane. Quanto alla carne salata, se ne imbarcherà per 15 giorni. Avrete cura che vi sia legna e infine non manchi assolutamente niente. Desidero che dal 24 al 25 di questo mese sia in rada e pronto come ho detto”.

Napoleone lascia segretamente l’Elba il 26 febbraio 1815 dopo un ballo di Carnevale dato al Teatro dei Vigilanti, che si era fatto ricavare dalla sconsacrata chiesa del Carmine. Allentatasi la vigilanza degli inglesi per l’assenza del colonnello Campbell, partito per Livorno, il brigantino l’Incostant, al comando del capitano Chautard prende il largo con a bordo l’Imperatore. Armato con 18 cannoni, normalmente avrebbe 64 uomini d’equipaggio, ma dato le circostanze ne ha molti meno. La piccola flotta comprende anche da due golette, Rio, e una bombarda francese. 400 granatieri saranno imbarcati sull’”Incostant”, 200 sull’”Etoile”, i cavalieri sul “Saint-Esprit”, 40 artiglieri, 300 cacciatori corsi seguiranno su altre imbarcazioni.

Una delle golette fa la vedetta, la destinazione per precauzione è ancora segreta, i vascelli si dirigono ad ovest separatamente, per non aver l’aria d’essere un convoglio, infatti Campbell, uscito il giorno seguente dal porto di Livorno con la sua fregata, diretto all’Elba, non avrà alcun sospetto.

LA PETITE ARMEE

La Garde Imperiale al comando di Cambronne, ridotta a quattro compagnie, è composta da circa 675 granatieri, 118 cavalieri polacchi, i gendarmi, 43 cannonieri, i cacciatori a piedi. La “Compagnie Napoleon” comprende 21 marinai della Guardia, al comando del capitano Taillade, che avranno posto sul brick, tre piccoli battelli e tre canotti. Tre mammelucchi, guerrieri di origine turca, facevano parte del seguito, sotto il nome di Ali, fedele e devoto servitore dell’Imperatore, si nascondeva la vera identità di Louis Etienne Saint Denis, un francese che aveva sostituito il servo turco lasciato a Fontainbleau.

I cacciatori erano alloggiati in quella che diventerà la caserma de Laugier, i granatieri al forte Stella, i lancieri polacchi al forte Falcone e gli ufficiali polacchi nel padiglione dei Mulini. Il salario dei granatieri e dei cacciatori era di 1,16 franchi al giorno, 1,66 per i caporali, 2,20 per i sergenti. Si comportavano in modo indisciplinato, rubavano la frutta nei campi e frequenti furono le diserzioni, soprattutto nel battaglione corso. L’Imperatore non ricorse mai a punizioni rigorose, preferendo esiliare i più ribelli a Pianosa senza stipendio. La milizia elbana poco adatta ad integrarsi in un esercito regolare fu sciolta. La truppa più fedele era quella dei 109 lancieri polacchi, comandati dal barone Jermanovski, lasciati a piedi dopo che i cavalli per mancanza di foraggio erano stati inviati a Pianosa. Il corso Paoli comandava i gendarmi di stanza sull’isola all’arrivo di Napoleone.

Se le truppe scarseggiavano c’era però un sovrabbondanza di ufficiali, riformati come sospetti dai governi restaurati, che da tutta Europa arrivavano all’Elba nella speranza di un impiego. Nonostante lo stato disastroso delle finanze, Napoleone li teneva con se e in poco tempo le spese militari passarono da i 30.000 franchi della fine del 1814 alla spesa preventiva per il 1815 di 107.000 franchi. Lo stipendio che poteva offrire era dei più bassi, una cinquantina di franchi al mese e una razione giornaliera che comprendeva anche la famiglia che qualcuno aveva portato con se.

Man mano che i mesi passano Napoleone è obbligato a ridurre gli stipendi e a sopprimere l’indennità di alloggio,<dal 1° di gennaio del 1815 l’esercito riceve una sistemazione definitiva:

Conte Drouot, generale di divisione

Barone Cambronne, generale di brigata

Conte Jarmanoski, maggiore colonnello

Lebel aiutante – comandante

Stato maggiore: Malet, capo battaglione; Laborde, capitano aiutante maggiore; Arnaud, primo luogotenente; Emery, chirurgo di seconda classe; Noisot, secondo luogotenente, sotto aiutante maggiore.

Musica: Gaudiano, a capo dell’orchestra, Fresco suo vice, Pasquini, Donizetti, Chicero, Brassetti, Differari, Guili, Vecchini, musicisti.

Piccolo stato maggiore: sergente tamburo Carré e 8 tra sottufficiali e soldati.

Prima compagnia: capitano Lamouret, luogotenenti Dequeux, Lanauze, Beget; 1 sergente maggiore; 6 sergenti; 2 furieri; 10 caporali; 105 granatieri di prima classe; 5 granatieri di seconda classe; 2 tamburi.

Seconda compagnia: capitano Huraut de Sorbée; capitaine Compes; luogotente Dugenot, Bacheville, Franconin; 1 sergente maggiore; 6 sergenti; 1 furriere; 9 caporali; 110 granatieri di prima classe; 7 granatieri di seconda classe; 3 tamburi.

Terza compagnia: capitano Loubers; luogotenenti Thibault, Chaumet, Jeanmaire,; 1 sergente maggiore; 6 sergenti; 1 furiere; 11 caporali; 105 granatieri di prima classe; 18 granatieri di seconda classe; 3 tamburi.

Quarta compagnia: capitano Monpez; luogotenenti Paris, Lervat, Mallet; ! sergente maggiore; 6 sergenti; 1 furiere; 11 caporali; 97 granatieri di prima classe; 18 granatieri di seconda classe; 3 tamburi.

Lo squadrone Napoléon comprende il capitano Baliski e Schulz, il luogotenente Fintoski, Schourunski e Séraphin, 2 marescialli in capo degli alloggi, 9 marescialli degli alloggi; 1 furiere; 9 brigadieri; 1 marechal ferrant; 1 trombettiere; 90 cavalleggeri.

La Compagnia Napoléon: 1 sergente maggiore; 1 sergente; 3 caporali; 8 marinai di prima classe; 6 marinai di seconda classe.

Artiglieria: capitano Cornuel e 43 cannonieri:

Genio: capitano Raul; luogotenente Larabit.

IL MITO

Napoleone stesso contribuì a creare la propria leggenda, dotato di notevoli capacità propagandistiche, fondò in Italia due giornali: “Le courrier de l’armée d’Italie” e la France vue de l’armée d’Italie”, destinati a sostenere la sua politica ed esaltare le sue gesta. Anche successivamente si preoccupò sempre di controllare la stampa in modo che pubblicasse solo notizie dettate da lui.

I bollettini della Grande armata, in tutta Europa mantenevano viva l’immagine del condottiero invincibile e del condottiero che trattava familiarmente i suoi soldati e ne condivideva i disagi. Così scrisse di se a Sant’Elena:

Fu dopo Lodi, che mi accorsi di essere una mente superiore, e che concepii il disegno di compiere grandi imprese, che fino allora avevano riempito i miei pensieri solo come sogni fantastici”.

Le arti figurative contribuirono a diffondere la sua immagine e i suoi simboli, idealizzati secondo una visione classica.

Così lo descrisse una sua illustre contemporanea: La sua personalità non può essere definita con le parole che siamo avvezzi ad adoperare, Egli non era né buono né cattivo, né clemente né crudele, nel senso in cui lo sono gli altri uomini. Una creatura simile, non paragonabile ad alcuno, non poteva suscitare né provare simpatia alcuna: era più e meno di un uomo”.

Dotato di una straordinaria capacità di lavoro, che poteva ad arrivare a 18 ore consecutive, fu un grande amministratore e un grande generale come dimostra la sua grande capacità di stratega, che gli permise di vincere battaglie in condizioni di schiacciante superiorità numerica.

Disse: La mia passione è il potere, ma io lo amo da artista, come un violinista ama il suo strumento”.

Amava solo la gloria e il potere, non si faceva illusioni su gli uomini e meno che mai sulla sua famiglia, a cui pure elargì favori regali, per obbedire ad un senso di appartenenza al clan familiare che gli veniva dalla origini corse ed anche per legittimare la sua dinastia.

Amante geloso e innamorato di Giuseppina Beauharnais, che sposò nel 1796, per ragioni di stato si legò poi a Maria Luisa d’Asburgo, ma forse fu legato da vera tenerezza solo a Maria Waleska, da cui ebbe un figlio, che diventerà ministro degli esteri di Napoleone III.

Cristiana Rospigliosi

 

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